martedì 1 dicembre 2009

Tennis Magazine


Da ieri in edicola trovate Tennis Magazine. È il secondo numero del 2009 (dal prossimo anno sarà trimestrale). L'editoriale, ripreso dalla Gazzetta dello sport, è di Gene Gnocchi che, una volta di più, manifesta il suo amore esacerbante per Roger Federer. Ci abbiamo lavorato in tanti: Stefano Semeraro ha curato un profilo d'eccezione su Maria Sharapova, Andrea Scanzi ci ha fatto i suoi pronostici per il 2010 (avrà predetto Tsonga numero uno al mondo e Federer accattone ad Hammamet?), Vincenzo Martucci ha chiacchierato a viso aperto col bulletto buono del tennis italiano, Fabio Fognini. Antonio Incorvaia ha seguìto una giornata di chi non fa i milioni nel tennis, Marco Crugnola. Hanno firmato pezzi anche il direttore, Lorenzo Cazzaniga (non perdetevi la sua storia di Kunnan Lo: è un uomo che ha fatto la storia di questo sport e quasi nessuno lo sa!), Carlo Annovazzi, il bravissimo Maximiliano Boso della Naciòn e tanti altri. Insomma, la rivista è 'pesante' e mi auguro davvero che gli appassionati di tennis apprezzeranno lo sforzo di Lorenzo: obiettivamente nessuna rivista di tennis in Italia conta su compagni di squadra così valenti e apprezzati. Ci vediamo in edicola (e qui, per farmi sapere cosa ne pensate!)

lunedì 30 novembre 2009

Racchetta canta (11) - Voci di fine stagione

Solo le mucche non cambiano idea (G. B. Shaw)
"Sono anni che Rino Tommasi e mia moglie quando assistono al Master dicono sempre la stessa cosa e così come loro a turno tutti i più importanti giornalisti, opinionisti e appassionati. Il loro argomento è che lo spirito del tennis viene stravolto dalla formula (del Master, ndr) e permette di fare calcoli in uno sport che invece detta che chi vince va avanti e chi perde va a casa. Indubbiamente il concetto non fa una piega, ma oggi io vorrei spezzare una lancia in favore di chi il Master lo organizza e ne deve fare una passerella finale per i migliori otto giocatori dell’anno". [...] "Il Master non premia mai un vincitore a caso e poi assolve ai problemi della passerella finale e permette al pubblico di poter vedere per lo meno per tre volte il campione preferito". [...] "... questa formula è e rimane non solo la meno peggio, ma sicuramente una buona formula".
(Cino Marchese, Ubitennis, "Due parole a difesa del Master", 28 novembre 2009)

"Alcune settimane fa Gianni Clerici ha pubblicato un articolo-denuncia in seguito alle dichiarazioni di Ion Tiriac e Patrice Clerc, direttore del Roland Garros, che avevano dichiarato di essere favorevoli per i tornei indoor ad adottare un sistema di gironi all'italiana che poi, tipo Master allargato, qualificavano i migliori 16 o 8 giocatori. La mia risposta è netta e inequivocabile: no e poi no! Non si può stravolgere lo spirito del tennis che certamente ha nella sua essenza l'eliminazione diretta. Perdi e vai a casa! Non esiste nessuna ragione che giustifichi qualcosa di diverso. Sono numerosi gli episodi legati al Master che raccontano di calcoli fatti per evitare questo o quel giocatore. Non è assolutamente una buona ragione la certezza di vedere i migliori in campo per almeno due volte e meglio gestire l'ordine di gioco sia in funzione degli spettatori potenziali o della televisione. [...] Il tennis è uno sport che non ammette recuperi... Quando perdere una partita diventa un fatto 'non decisivo' il tennis ne esce snaturato, diventa un altro sport, diventa intrattenimento più o meno piacevole. Forse sono un po' troppo romantico ma sicuramente sono convinto che solo col rispetto della tradizione e soprattutto dello spirito del gioco si possa innovare uno sport che ha bisogno di nuove idee".
(Cino Marchese, Il Tennis Italiano anno 71 numero 1, "Il non-tennis dei round robin", gennaio 2000)

I sommersi e i salvati
Nikolay Davydenko è il primo giocatore mai vincitore di uno Slam ad aggiudicarsi il Master.
(Rino Tommasi, Sky Sport 2, 29 novembre 2009. Annunciato sit-in di protesta di Alex Corretja e David Nalbandian)

Il maestro ravveduto
Lo Squallidone, l'avevo infatti denominato, quando mi accadeva di commentare nell'ombra di Tommasi. Pareva, l'ucraino, giusto un maratoneta di seconda fila, un segugio da palla [...] Ed eccolo giocare come un nuovo Agassi. Sempre più dentro il campo ad ogni tiro, con un diritto anticipatissimo, e un rovescio tenuto basso, palle che [...] svariano implacabili negli angoli. Squallidone - gli dico - I was wrong. I beg you pardon.
(Gianni Clerici, la Repubblica, 30 novembre 2009)

Spari sulla Croce Rossa
Chissà come mai quest'estate (Davydenko) ha perso con Fognini. Chissà come mai il Masters l'ha vinto lui e non Fognini.
(Marco De Martino, il Messaggero, 30 novembre 2009)

giovedì 26 novembre 2009

Primo round a Isabelle

Nathalie Tauziat, Régis de Camaret, Isabelle Demongeot

Sto seguendo, ancorché a distanza, il processo intentato al coach francese Régis de Camaret. Una storia iniziata in sordina, con l'ex giocatrice Isabelle Demongeot che, qualche anno fa, ebbe il coraggio di raccontare in un'autobiografia le presunte violenze subite in gioventù da parte del suo allenatore. Ai tempi de Camaret seguiva anche l'ex top ten e finalista di Wimbledon Nathalie Tauziat. De Camaret è stato imprigionato per qualche mese nel 2007 e il suo processo è ancora aperto: per molti dei reati tuttavia - l'ipotesi accusatoria è che abbia abusato di altre ragazzine tra gli anni '70 e la fine degli anni '90 - è intervenuta la prescrizione. Nel frattempo, però, era successa un'altra cosa: la Tauziat aveva fatto causa per diffamazione alla sua vecchia amica Isabelle, sostenendo che la Demongeot l'avesse in sostanza accusata di coprire le malefatte di de Camaret col suo silenzio. Su questa vicenda è arrivata una sentenza: la Tauziat ha perso. La corte ha stabilito che la Demongeot avesse semplicemente espresso la sua opinione sul fatto che, quando confessò a Nathalie di essere stata vittime di violenze sessuali, la Tauziat non solo le negò il suo appoggio ma sostenne anche che Régis fosse un secondo padre per lei e il miglior coach sul pianeta.


Service volé (servizio rubato), il libro di Isabelle Demongeot

sabato 21 novembre 2009

Tweet-tennis

La celebrità, per Antonio Incorvaia, è arrivata grazie a un fortunatissimo titolo su cui scommise Rizzoli: Generazione mille euro. Un libro creato per gioco, su Internet, best seller oggi distribuito anche all'estero: un ritratto spietato ma divertente sulla vita grama dei giovani lavoratori, nato da ricerche sue e di Alessandro Rimassa. Una storia che ha preso vita anche al cinema, nell'omonimo film con la regia di Massimo Venier.
Architetto sfornato dal Politecnico milanese, appassionato di Web e scrittore affermato, Incorvaia ha appena curato l'edizione italiana di un manuale, Il piccolo libro di Twitter (Sperling&Kupfer). Sapendo della sua grandissima passione per il tennis (a proposito: entrambi siamo stati appena 'ingaggiati' da Tennis Magazine) gli ho chiesto conto dei legami di parentela che legano il nostro amato sport all'ultimo social network di massa.

- Supponiamo (ma anche no, visto che è vero) che io non sappia neanche cosa sia Twitter ma che voglia conoscere in profondità Roddick o Serena Williams, o anche solo Guillermo Garcia Lopez. Mi conviene entrare nel grande mondo di Twitter? Come faccio a diventare loro amico?
Certo che ti conviene! Sarà come partecipare H24 a una loro conferenza stampa in tempo reale - molti sono abituati a non superare i 140 caratteri anche quando parlano, in fondo - ma scoprirai un sacco di dettagli curiosi e stimolanti, tipo che Roddick va sempre al cinema (come le sue volèe sul set point a Wimbledon) o che Murray è un patito di Fantasy League (resta da capire se crede che sia la versione maschile del Masters di Bali). Seguire i loro aggiornamenti è semplicissimo: clicchi sul pulsante "Follow" e il gioco è fatto! In realtà potrai considerarti davvero loro amico solo se e quando ti ricambieranno, ma almeno non dovrai sottoporti all'umiliazione del rifiuto dell'Add come avviene su Facebook (io, per esempio, ho sfiorato il suicidio per essere stato rifiutato da tutti e 20 gli Andy Roddick di Facebook che hanno la sua foto nel profilo).

- Sono davvero loro ad aggiornare la pagina?
Sì, di buono c'è che la maggior parte di loro sono *davvero* loro (gli account di Serena, Roddick e Murray, per citare i più popolari, sono verificati); altri - come quello di Verdasco - sono gestiti da parenti o fans; altri ancora sono fake veri e propri. Se però hai davvero voglia di conoscere tutto di Garcia Lopez ti farebbe più comodo il Tavor anziché il Twitter!

- Chi è il tennista (o la tennista) più interessante da seguire su Twitter?
Ti dirò: il più interessante per me è sicuramente Justin Gimelstob (link: http://twitter.com/justingimelstob). Tra un tuffo e l'altro - mi dicono che ogni 5 minuti deve buttarsi per terra anche adesso che è fuori attività per non andare in astinenza - pubblica news, foto e commenti da tutti gli eventi che segue. Per esempio, è stato il primo a pubblicare online le foto della cerimonia di presentazione delle ATP Finals con tutti i partecipanti impinguinati in versione deluxe. So che può suonare strano, ma è un "twitterholic" davvero divertente. Anche Murray (link: http://twitter.com/andy_murray) è molto più simpatico su Twitter che in campo. Guarda, crepi l'avarizia, voglio sballare: anche Roddick (link: http://twitter.com/andyroddick).

- Il più banale (qui anche più di uno, eh)?
Il più banale? Serena. Spesso si limita a rispondere ai messaggi dei suoi amici o a chiedere consigli su cosa fare la sera. Se vuoi puoi provare a risponderle «Guardati una qualsiasi partita di tennis femminile» per vedere se viene ad aspettarti sotto casa minacciando anche te come la giudice di linea in semifinale agli US Open.

- Le frasi più interessanti lette dalle pagine dei pro? Anche una sola, se sei in crisi...
«i itched a mosquito bite all night......» (Andy Roddick, "Mi sono grattato una puntura di zanzara tutta la notte")
«I'm laying in bed and I can't sleep and the only thing I can think about right now is that there is nothing funnier than a fart» (Sam Querrey, "Sono stravaccato nel letto, non riesco a dormire e la sola cosa cui riesco a pensare adesso è che non ci sia nulla di più divertente di una scor***ia")
«in valencia trying to find somewhere to have sushi alex has a map and looks like a total tourist no idea where he is going!» (Andy Murray, "Sono Valencia alla ricerca di un posto che faccia il sushi, Alex consulta la mappa e sembra uno di quei turisti persi che non hanno idea di dove stiano andando").
Il più interessante in assoluto, comunque, è questo scritto da Mardy Fish: «Ok, I must get used to this. Why does everyone twitter?» (Ok, devo abituarmi a questa cosa. Perché tutti usano Twitter?). Non ne ha più scritto nessun altro.

- Sei amico di Andreas Seppi su Twitter? No? E allora di cosa stiamo parlando?
Accidenti, no! Ma a mia (parziale) discolpa posso dire che con il motore di ricerca non sono riuscito a trovare il suo account né digitando «andreas seppi», né «andreasseppi» né «andreaseppi» né «ronf».

- Ti risulta che da quando l'Atp e la Wta si sono interessati ai social network i giocatori facciano più attenzione a quello che scrivono?
Direi di no. Mi risulta anzi, che Atp e Wta si siano talmente rallegrati perché alcuni di loro hanno finalmente imparato a scrivere che gli lasciano tranquillamente carta bianca.

- Perché mai dovrei aver voglia di cercare le sorelle Radwanska su Twitter?
Ovviamente perché se scoprissi che non hanno ancora l'account potresti crearglielo tu come fake! Penso che per tutti i loro fans sarebbe interessantissimo leggere tweet del tipo «Tra 5 minuti su Eurosport la replica del match contro Polona Hercog!», «Secondo voi ce la facciamo contro la Kudryavtseva e la Makarova?» o «Se ci mettiamo a cantare Vamos A Bailar ci scambiano per Paola & Chiara!»...

***

Il piccolo libro di Twitter (Tim Collins, curato da Antonio Incorvaia, 2009 Sperling&Kupfer, 182 pagine, 6,90 euro) è la prima guida italiana all'uso di uno strumento di comunicazione utilizzato dalle personalità più disparate: dal presidente Obama e i Kennedy ai campioni dello sport, dagli attori agli artisti. Concepito da Tim Collins, pubblicitario londinese che si è costruito una fama scrivendo manuali ironici sulle mode della nostra società, e curato in Italia da Antonio Incorvaia, promette di svelare i segreti per il perfetto tweet: cosa fare e soprattutto cosa non fare (c'è chi ha perso il lavoro con un tweet inopportuno!), come cercare le persone che ci interessano e tutti i trucchi per usare al meglio il proprio profilo.

martedì 10 novembre 2009

Racchetta canta (10) - Fed Cup limited edition

I paradossi di Beha
Sì, lo so, non c'erano le sorelle Williams tra le battute Usa, sì, lo so, letta così in fretta la notizia da Reggio Calabria ha un'irresistibile richiamo provinciale... E invece l'idea che ci possa (ma davvero?) essere l'ipotesi di un rilancio del tennis italiano, dopo decadi di sfaldamento progressivo che rimandano all'attuale Ct di Pennetta/sexy e company, Corrado Barazzuti, a Bertolucci e soprattutto al Maestro Berardinelli e a Panatta, allora "Cristo del Parioli" e oggi operatore televisivo politicizzato, fa piacere e non solo sorridere.

(Oliviero Beha, Il Fatto quotidiano, 10 novembre. Ora: a parte l'accento agghiacciante, càpita. A parte Belardinelli che diventa Berardinelli, succede. A parte il francamente imbarazzante Barazzuti (ma una rilettura no?). Piuttosto: il senso dell'articolo di Beha è che in un paese normale il tennis, dopo la finale di Fed Cup, sarebbe stato da prima pagina. Invece qui non succede anche perché è una disciplina che da noi fa pena, per colpa di una "federazione gestora del precipizio" e, più in generale, del giornalismo sportivo che patisce l'assenza di "cantori adeguati". D'accordo. Quindi? Dove va a parare Beha, dieci righe più giù, dopo aver giustamente lamentato lo strapotere del dio calcio, la miseria del post Adriano Panatta e la condivisa nostalgia dei Brera, dei Raschi, dei Gianoli? Eccolo, l'approdo: "Lungo preambolo per parlare della domenica calcistica". E via con il cartellino giallo risparmiato a Tizio, l'espulsione di Caio, le pastette degli arbitri, e dulcis in fundo l'eterno Moggi, che per qualcuno è Riina e per altri no. Ma allora che senso ha gridare alla civiltà imbarbarita dal pallone e dagli schincapenne d'oggidì? O invocare la serietà contro il gossip e gli "articoli buoni per il popolo bue" quando non si cita neanche per nome la prima giocatrice italiana, non si fa cenno a cosa è successo a Reggio Calabria ma ci si cura di battezzarla, con costruzione sintattica di memoria futurista, Pennetta/sexy?)

Messaggio promozionale
Un punto e la Fed Cup (BNL - Bnp Paribas), la Davis femminile, torna in Italia per la seconda volta in quattro anni.
(Claudia Fusani, l'Unità, 8 novembre, in un irresistibile afflato di spot bancario che Antonio Gramsci chissà se avrebbe mai digerito).

Strani accadimenti
Flavia si dimostra solida anche col rovescio eh?
(Alessandro Fabretti, RaiSportPiù, 8 novembre, sul colpo migliore della Pennetta)

Già arrivata, dicono
Se Flavia Pennetta vale il numero 10 del mondo ci arriverà.
(Roberto Perrone, il Corriere della sera, 9 novembre)

Astenersi citazioni
Il dritto è un colpo naturale, o ce l'hai o non ce l'hai. Non vorrei citare il dritto di un certo Stefan Edberg.
(Alessandro Fabretti, RaiSportPiù, 8 novembre, sul colpo peggiore di Edberg)

Ma anche no (I)
Stai parlando non a caso di Pat Rafter, di uno che ha vinto Wimbledon.
(Alessandro Fabretti, RaiSportPiù, 8 novembre. Con buona pace di Pete Sampras (2000) e Goran Ivanisevic (2001))

Ma anche no (II)
La Oudin è debole sul dritto. Il suo è un colpo costruito, un colpo che gioca davvero male.
(Alessandro Fabretti, RaiSportPiù, 8 novembre, sul colpo migliore della Oudin)

Ma anche no (III)
Volée di volo della Oudin!
(Alessandro Fabretti, RaiSportPiù, 8 novembre, su un colpo tautologico della Oudin)

Virtus Pennetta contro Fortitudo Oudin
L’Italia del Tennis conquista la Fed Cup battendo gli Stati Uniti per 4-0. Il punto decisivo è stato ottenuto da Flavia Pennetta, vincitrice di Melanie Oudin settantacinque a sessantadue. (Giornale radio Rai, 8 novembre. Pennetta batte Oudin 7-5 6-2)

Ottimismo milanese (omaggio a Silvio?)
Ai miei ragazzi dico che se Davydenko è arrivato tra i primi cinque ce la possono fare tutti. (Laura Golarsa, Sky Sport 3, 10 novembre. E si avanzano così nuove ipotesi sul perché manchi un top ten italiano dai tempi della pietra...)

sabato 7 novembre 2009

Ultime dal fronte

Complice la Eurosport-vacanza mi sono un po' assentato: ho seguito poco il tennis degli ultimi dieci giorni, le dosi da cavallo di Radwanska (ma anche di Zeballos-Stakhovsky) degli ultimi tornei mi avevano provato. Sono molto contento per Pennetta e Schiavone, che hanno vinto una finale di Fed Cup troppo sbilanciata per essere tecnicamente interessante. Sulla terra pesante la Glatch è un carro armato; la Oudin diventerà fortissima ma è ancora acerba, ed è giusto così essendo da poco maggiorenne. Ci fossero state le Williams, anche zoppe com'erano dopo Doha, la sfida avrebbe avuto tutto un altro sapore ma la storia la sappiamo: scelgono ciò che è più importante, e la Fed Cup non è in cima ai pensieri di una sola delle top player. Del resto è bastato accorgersi del fatto che la Wta avesse deciso di infilare il torneo di Bali nella stessa settimana della finale di Coppa per capirne l'atteggiamento: come ha spiegato il nuovo capo dell'Associazione, Stacey Allaster, non è stata una svista ma una scelta. Sostanzialmente la Wta se ne è fregata inventandosi il 'Master delle seconde' e sarà meglio che la Federazione Internazionale si metta d'accordo alla svelta con la signora Allaster per evitare di far colare a picco la Davis rosa. Se, comunque, vincere la Fed Cup può essere utile a liberare il tennis dal confino ben venga. Dubito, però, che da oggi in poi i quotidiani riserveranno un'attenzione particolare al nostro sport, e lo dico a ragion veduta: sui giornali per cui scrivo i match di Reggio Calabria non hanno rubato molto spazio al calcio. E non è facile 'vendere' Glatch, Oudin, King o Liezel Huber a un caporedattore non appassionato di tennis.
Presto vi saprò dire tutti i tornei che seguiremo nel 2010. Voci di corridoio confermano la novità del doppio canale anche per gli Australian Open: speriamo.

lunedì 26 ottobre 2009

Schiena dritta


Giorni fa ho intervistato Taylor Dent. Ecco quello che mi ha raccontato.


Per lui è "the best place to be", il miglior posto possibile per un atleta professionista. Taylor parla dell'accademia di Bollettieri a Bradenton, in Florida, che ha reso casa nei tre anni lontano dal tennis. Difficile immaginare, per contro, qualcosa di peggio del letto cui è stato costretto per quasi un anno e per 23 ore al giorno. Ingabbiato in un busto, necessario per aiutare le vertebre a saldarsi dopo due operazioni. Figlio di due tennisti, Phil Dent e Betty Ann Stuart, adepto della volée e del cibo spazzatura, Taylor si era costruito la fama di servitore di ferro con quel po' di peso di troppo da lanciare a rete e di ultimo giapponese d'un gioco in estinzione, un attacco a oltranza che gli aveva fruttato qualche torneo di discreto lignaggio (Newport, Memphis, Bangkok, Mosca) e una classifica tra i primi trenta giocatori del mondo. Prima del crac alla schiena, lungamente avvisato da dolori e ritiri ricorrenti, e nonostante una meccanica in battuta modificata per tentare di aggirare il male. Ecco perché ama parlare di tennis, non di bende.

- Ha lasciato il tennis agli albori dell'era Federer e con l'addio di Agassi. Torna con Nadal, Murray, Del Potro, Djokovic. E Roger, che nel frattempo ha vinto più di chiunque altro. Il tennis, in sua assenza, è migliorato?
Sicuramente è cambiato. Mi sono dovuto adattare. Per i cambiamenti che ha subìto il gioco in questi anni fare serve&volley sulla prima palla, se riesci a essere preciso, ha un senso. Sulla seconda invece non è più realistico. Per questo ho cercato di modificare il mio gioco, di restare più a fondo per comandare col dritto quando non metto in campo la prima.

- Ma che vita è, quella dell'attaccante nel 2009?
Oh, dura. La parte più complicata, se vogliamo scendere nel dettaglio, è giocare le volée basse. Perché devi farle bene, devi giocarle in modo aggressivo, deve uscirne possibilmente un colpo vincente altrimenti, oggi, coi campi lenti e l'abilità di chi passa, sei fritto. Se non sei in grado di giocare volée basse efficaci è meglio lasciar perdere. Col mio tennis, in generale, è difficile: hai bisogno di vincere il punto alla svelta ed è durissima.

- Niente è più duro, però, di quello che ha passato in questi anni. O forse sì: cosa pensa della storia di James Blake?
Che per me è stata fonte di ispirazione. Anche lui ne ha avute, di cose difficili da digerire. Ho imparato molto da lui. Lo rispetto molto, come giocatore e come uomo. Siamo rimasti spesso in contatto, così come con buona parte degli statunitensi sono rimasto in contatto durante la riabilitazione. Mi chiedevano sempre come stesse andando, cose così. E non è scontato farlo, visto che la nostra è una vita piena, sempre frenetica.

- E chi altri, in famiglia, le ha da dato una mano?
Su tutti Jenny, mia moglie (Jennifer Hopkins, ex tennista pure lei). Con i miei genitori il rapporto è stato continuo, magari non ho discusso i dettagli del mio ritorno come con lei, ma ho sempre sentito la loro vicinanza. In Accademia, poi, c'è gente splendida come il mio preparatore fisico Graeme Lauriston, che ha fatto miracoli. Jennifer comunque è una presenza fondamentale per me.

- Fondamentale e assidua.
Certo, mi segue sempre, in tutti i tornei. Tiene lo scout di tutte le mie partite, ci consultiamo prima e dopo. Anche se penso che dovrà smettere di farlo presto, perché sta per dare alla luce il nosto primo figlio... Non vedo l'ora!

- E che padre sarà?
Molto presente, spero.

- Vuol dire che smetterà di giocare presto?
No, no. Con tutta la fatica che ho fatto... Anzi, sono un sognatore e amo pensare in grande. Credo di poter dare ancora il meglio di me nei prossimi anni.

- Sappia che abbiamo bisogno di lei, per continuare a divertirci un po'. Contro Navarro, agli Us Open, ci ha fatto quasi piangere.
Bè ho avvertito dal primo break nel quinto set che quella partita stava diventando qualcosa di speciale... Alla fine avevo i brividi. Mi fa piacere saperlo, è una moda italiana? Strano perché la gente sembra invece volere scambi sempre più lunghi e botte sempre più forti. Tutto da fondocampo.

- Sarà il non avere più giocatori, che ha fatto diventare noi italiani palati fini del tennis. Giura che non diventerà un fondocampista pure lei?
Giuro. Del resto sono convinto che il mio rimanga un tennis vantaggioso. Solo che bisogna sapere quando e come farlo. Fossi nato negli anni dei campi veloci sarebbe tutto più facile.

In bocca al lupo, mister Dent.


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