martedì 10 novembre 2009

Racchetta canta (10) - Fed Cup limited edition

I paradossi di Beha
Sì, lo so, non c'erano le sorelle Williams tra le battute Usa, sì, lo so, letta così in fretta la notizia da Reggio Calabria ha un'irresistibile (sic) richiamo provinciale... E invece l'idea che ci possa (ma davvero?) essere l'ipotesi di un rilancio del tennis italiano, dopo decadi di sfaldamento progressivo che rimandano all'attuale Ct di Pennetta/sexy (sic) e company, Corrado Barazzuti (sic), a Bertolucci e soprattutto al Maestro Berardinelli (sic) e a Panatta, allora "Cristo del Parioli" e oggi operatore televisivo politicizzato, fa piacere e non solo sorridere.

(Oliviero Beha, Il Fatto quotidiano, 10 novembre. Ora: a parte l'accento agghiacciante, càpita. A parte Belardinelli che diventa Berardinelli, succede. A parte il francamente imbarazzante Barazzuti (ma una rilettura no?). Piuttosto: il senso dell'articolo di Beha è che in un paese normale il tennis, dopo la finale di Fed Cup, sarebbe stato da prima pagina. Invece qui non succede anche perché è una disciplina che da noi fa pena, per colpa di una "federazione gestora del precipizio" e, più in generale, del giornalismo sportivo che patisce l'assenza di "cantori adeguati". D'accordo. Quindi? Dove va a parare Beha, dieci righe più giù, dopo aver giustamente lamentato lo strapotere del dio calcio, la miseria del post Adriano Panatta e la condivisa nostalgia dei Brera, dei Raschi, dei Gianoli? Eccolo, l'approdo: "Lungo preambolo per parlare della domenica calcistica". E via con il cartellino giallo risparmiato a Tizio, l'espulsione di Caio, le pastette degli arbitri, e dulcis in fundo l'eterno Moggi, che per qualcuno è Riina e per altri no. Ma allora che senso ha gridare alla civiltà imbarbarita dal pallone e dagli schincapenne d'oggidì? O invocare la serietà contro il gossip e gli "articoli buoni per il popolo bue" quando non si cita neanche per nome la prima giocatrice italiana, non si fa cenno a cosa è successo a Reggio Calabria ma ci si cura di battezzarla, con costruzione sintattica di memoria futurista, Pennetta/sexy?)

Messaggio promozionale
Un punto e la Fed Cup (BNL - Bnp Paribas), la Davis femminile, torna in Italia per la seconda volta in quattro anni.
(Claudia Fusani, l'Unità, 8 novembre, in un irresistibile afflato di spot bancario che Antonio Gramsci chissà se avrebbe mai digerito).

Strani accadimenti
Flavia si dimostra solida anche col rovescio eh?
(Alessandro Fabretti, RaiSportPiù, 8 novembre, sul colpo migliore della Pennetta)

Già arrivata, dicono
Se Flavia Pennetta vale il numero 10 del mondo ci arriverà.
(Roberto Perrone, il Corriere della sera, 9 novembre)

Astenersi citazioni
Il dritto è un colpo naturale, o ce l'hai o non ce l'hai. Non vorrei citare il dritto di un certo Stefan Edberg.
(Alessandro Fabretti, RaiSportPiù, 8 novembre, sul colpo peggiore di Edberg)

Ma anche no (I)
Stai parlando non a caso di Pat Rafter, di uno che ha vinto Wimbledon.
(Alessandro Fabretti, RaiSportPiù, 8 novembre. Con buona pace di Pete Sampras (2000) e Goran Ivanisevic (2001))

Ma anche no (II)
La Oudin è debole sul dritto. Il suo è un colpo costruito, un colpo che gioca davvero male.
(Alessandro Fabretti, RaiSportPiù, 8 novembre, sul colpo migliore della Oudin)

Ma anche no (III)
Volée di volo della Oudin!
(Alessandro Fabretti, RaiSportPiù, 8 novembre, su un colpo tautologico della Oudin)

Virtus Pennetta contro Fortitudo Oudin
L’Italia del Tennis conquista la Fed Cup battendo gli Stati Uniti per 4-0. Il punto decisivo è stato ottenuto da Flavia Pennetta, vincitrice di Melanie Oudin settantacinque a sessantadue. (Giornale radio Rai, 8 novembre. Pennetta batte Oudin 7-5 6-2)

Ottimismo milanese (omaggio a Silvio?)
Ai miei ragazzi dico che se Davydenko è arrivato tra i primi cinque ce la possono fare tutti. (Laura Golarsa, Sky Sport 3, 10 novembre. E si avanzano così nuove ipotesi sul perché manchi un top ten italiano dai tempi della pietra...)

sabato 7 novembre 2009

Ultime dal fronte

Complice la Eurosport-vacanza mi sono un po' assentato: ho seguito poco il tennis degli ultimi dieci giorni, le dosi da cavallo di Radwanska (ma anche di Zeballos-Stakhovsky) degli ultimi tornei mi avevano provato. Sono molto contento per Pennetta e Schiavone, che hanno vinto una finale di Fed Cup troppo sbilanciata per essere tecnicamente interessante. Sulla terra pesante la Glatch è un carro armato; la Oudin diventerà fortissima ma è ancora acerba, ed è giusto così essendo da poco maggiorenne. Ci fossero state le Williams, anche zoppe com'erano dopo Doha, la sfida avrebbe avuto tutto un altro sapore ma la storia la sappiamo: scelgono ciò che è più importante, e la Fed Cup non è in cima ai pensieri di una sola delle top player. Del resto è bastato accorgersi del fatto che la Wta avesse deciso di infilare il torneo di Bali nella stessa settimana della finale di Coppa per capirne l'atteggiamento: come ha spiegato il nuovo capo dell'Associazione, Stacey Allaster, non è stata una svista ma una scelta. Sostanzialmente la Wta se ne è fregata inventandosi il 'Master delle seconde' e sarà meglio che la Federazione Internazionale si metta d'accordo alla svelta con la signora Allaster per evitare di far colare a picco la Davis rosa. Se, comunque, vincere la Fed Cup può essere utile a liberare il tennis dal confino ben venga. Dubito, però, che da oggi in poi i quotidiani riserveranno un'attenzione particolare al nostro sport, e lo dico a ragion veduta: sui giornali per cui scrivo i match di Reggio Calabria non hanno rubato molto spazio al calcio. E non è facile 'vendere' Glatch, Oudin, King o Liezel Huber a un caporedattore non appassionato di tennis.
Presto vi saprò dire tutti i tornei che seguiremo nel 2010. Voci di corridoio confermano la novità del doppio canale anche per gli Australian Open: speriamo.

lunedì 26 ottobre 2009

Schiena dritta


Giorni fa ho intervistato Taylor Dent. Ecco quello che mi ha raccontato.


Per lui è "the best place to be", il miglior posto possibile per un atleta professionista. Taylor parla dell'accademia di Bollettieri a Bradenton, in Florida, che ha reso casa nei tre anni lontano dal tennis. Difficile immaginare, per contro, qualcosa di peggio del letto cui è stato costretto per quasi un anno e per 23 ore al giorno. Ingabbiato in un busto, necessario per aiutare le vertebre a saldarsi dopo due operazioni. Figlio di due tennisti, Phil Dent e Betty Ann Stuart, adepto della volée e del cibo spazzatura, Taylor si era costruito la fama di servitore di ferro con quel po' di peso di troppo da lanciare a rete e di ultimo giapponese d'un gioco in estinzione, un attacco a oltranza che gli aveva fruttato qualche torneo di discreto lignaggio (Newport, Memphis, Bangkok, Mosca) e una classifica tra i primi trenta giocatori del mondo. Prima del crac alla schiena, lungamente avvisato da dolori e ritiri ricorrenti, e nonostante una meccanica in battuta modificata per tentare di aggirare il male. Ecco perché ama parlare di tennis, non di bende.

- Ha lasciato il tennis agli albori dell'era Federer e con l'addio di Agassi. Torna con Nadal, Murray, Del Potro, Djokovic. E Roger, che nel frattempo ha vinto più di chiunque altro. Il tennis, in sua assenza, è migliorato?
Sicuramente è cambiato. Mi sono dovuto adattare. Per i cambiamenti che ha subìto il gioco in questi anni fare serve&volley sulla prima palla, se riesci a essere preciso, ha un senso. Sulla seconda invece non è più realistico. Per questo ho cercato di modificare il mio gioco, di restare più a fondo per comandare col dritto quando non metto in campo la prima.

- Ma che vita è, quella dell'attaccante nel 2009?
Oh, dura. La parte più complicata, se vogliamo scendere nel dettaglio, è giocare le volée basse. Perché devi farle bene, devi giocarle in modo aggressivo, deve uscirne possibilmente un colpo vincente altrimenti, oggi, coi campi lenti e l'abilità di chi passa, sei fritto. Se non sei in grado di giocare volée basse efficaci è meglio lasciar perdere. Col mio tennis, in generale, è difficile: hai bisogno di vincere il punto alla svelta ed è durissima.

- Niente è più duro, però, di quello che ha passato in questi anni. O forse sì: cosa pensa della storia di James Blake?
Che per me è stata fonte di ispirazione. Anche lui ne ha avute, di cose difficili da digerire. Ho imparato molto da lui. Lo rispetto molto, come giocatore e come uomo. Siamo rimasti spesso in contatto, così come con buona parte degli statunitensi sono rimasto in contatto durante la riabilitazione. Mi chiedevano sempre come stesse andando, cose così. E non è scontato farlo, visto che la nostra è una vita piena, sempre frenetica.

- E chi altri, in famiglia, le ha da dato una mano?
Su tutti Jenny, mia moglie (Jennifer Hopkins, ex tennista pure lei). Con i miei genitori il rapporto è stato continuo, magari non ho discusso i dettagli del mio ritorno come con lei, ma ho sempre sentito la loro vicinanza. In Accademia, poi, c'è gente splendida come il mio preparatore fisico Graeme Lauriston, che ha fatto miracoli. Jennifer comunque è una presenza fondamentale per me.

- Fondamentale e assidua.
Certo, mi segue sempre, in tutti i tornei. Tiene lo scout di tutte le mie partite, ci consultiamo prima e dopo. Anche se penso che dovrà smettere di farlo presto, perché sta per dare alla luce il nosto primo figlio... Non vedo l'ora!

- E che padre sarà?
Molto presente, spero.

- Vuol dire che smetterà di giocare presto?
No, no. Con tutta la fatica che ho fatto... Anzi, sono un sognatore e amo pensare in grande. Credo di poter dare ancora il meglio di me nei prossimi anni.

- Sappia che abbiamo bisogno di lei, per continuare a divertirci un po'. Contro Navarro, agli Us Open, ci ha fatto quasi piangere.
Bè ho avvertito dal primo break nel quinto set che quella partita stava diventando qualcosa di speciale... Alla fine avevo i brividi. Mi fa piacere saperlo, è una moda italiana? Strano perché la gente sembra invece volere scambi sempre più lunghi e botte sempre più forti. Tutto da fondocampo.

- Sarà il non avere più giocatori, che ha fatto diventare noi italiani palati fini del tennis. Giura che non diventerà un fondocampista pure lei?
Giuro. Del resto sono convinto che il mio rimanga un tennis vantaggioso. Solo che bisogna sapere quando e come farlo. Fossi nato negli anni dei campi veloci sarebbe tutto più facile.

In bocca al lupo, mister Dent.


***


domenica 18 ottobre 2009

Professione in cerca d'autore (I)

Ecco l'inchiesta cui ho lavorato quest'estate.

Non è una professione, non tecnicamente. Sicuramente è un lavoro. Con aspetti ufficiali e zone grigie, regolari e più spesso all’italiana, triste sinonimo del profitto sommerso. Ma è, su tutto, un mestiere che rischia la crisi, quello del maestro di tennis. Già, il maestro. Che non è un avvocato, un notaio, un commercialista o un ingegnere, né un architetto, un infermiere, un chimico né un geologo: tutte professioni, tali perché si impone che per esercitarle si debba appartenere a un ordine disciplinato da una legge ordinaria della Repubblica. Quella dedicata ai lavoratori con racchetta non esiste. Opinione comune è che il maestro sia ancora un lavoro in sostanza ‘ufficioso’ perché, di maestri, se ne trovano poche migliaia in tutto il Paese: per ottenere un riconoscimento giuridico, forse, dovrebbero risultare numerosi e rappresentati come i metalmeccanici o gli impiegati pubblici. Però i maestri di sci ce l’hanno, il loro albo. Allora, probabilmente, chi insegna tennis sopravive nel limbo perché non gode di una rappresentanza comune: Fit, Uisp, Ptr, Aics, Iptpr, Ets, Cit e una mare di sigle, alcune oscure, altre di eccellenza, conosciute e apprezzate da mamma Coni, il Comitato olimpico che apre e chiude i rubinetti dei finanziamenti pubblici allo sport italiano. Enti istituzionali, enti di promozione, associazioni private sono spesso in conflitto per sottrarsi territorio in una guerra dei poveri o, comunque, di pochi. Chi insegna il nostro sport ha a che fare con una frammentazione che ricorda quella dei micropartiti in Parlamento, nella Prima Repubblica. A farne le spese sono quelli che vivono prestando la loro opera per trasmettere la conoscenza ai ragazzi che si avvicinano al tennis.



  • Eppure c’è chi ha provato a passare dal Parlamento per far riconoscere giuridicamente la categoria. Ottobre 2002: leghista veronese Francesca Martini, attuale sottosegretario del governo Berlusconi, presenta un progetto di legge che vorrebbe affidare all’esclusivo controllo della federazione italiana la disciplina del mestiere di insegnante di tennis. La Martini propone di demandare alla Fit, «quale ente senza fini di lucro riconosciuto dal Comitato olimpico nazionale italiano ed operante sotto la vigilanza dello stesso, il compito di gestire l'albo professionale degli insegnanti di tennis, di fissare e aggiornare i criteri e i metodi di insegnamento, nonché di determinare livelli omogenei nella preparazione tecnico-didattica richiesta ai candidati». Nella relazione allegata al progetto si ricorda come «le qualifiche professionali che in Italia hanno ricevuto una regolamentazione legislativa specifica risultano essere attualmente le attività di guida naturalistica, istruttore nautico, maestro di sci, guida alpina e guida speleologica» e che, per questo motivo, «risulta non più procrastinabile l'emanazione di una legge che fissi i princìpi per lo svolgimento di questa attività professionale ai quali le regioni, in collaborazione con la Federazione italiana tennis, possano efficacemente ispirarsi nell'ambito delle loro competenze». Il testo prevede un comma in virtù del quale l'esercizio abusivo della professione di insegnante di tennis venga punito ai sensi dell'articolo 348 del codice penale, come accade a tutti coloro che esercitano abusivamente un mestiere per cui sia richiesta una particolare abilitazione. Il progetto Martini è restato tale e giace nel dimenticatoio della Gazzetta Ufficiale: la sua ostinazione nel voler negare altri canali di formazione rispetto a quello federale è stata ritenuta inaccettabile dalla commissione Istruzione pubblica, beni culturali, ricerca scientifica, spettacolo e sport del Senato, allora presieduta dall’attuale esponente del Pdl Franco Asciutti.



    (Fine parte 1)

    Professione in cerca d'autore (II)

    E così oggi, per i meno informati, è maestro di tennis il signor Mimmo, 55 anni. Che lavora tutti i giorni, tranne la domenica, sui tre campi comunali di un paese alle porte di Torino. Allo Stato italiano è quasi sconosciuto: sa dove vive ma non come campa, giacché dichiara un reddito da lavoro di zero euro. Diplomato al liceo scientifico, ex categoria C, un passato da commerciante al dettaglio di articoli per cancelleria, Mimmo è riuscito a inventarsi un mestiere facendo sudare, con un cesto di palle spelacchiate dal cemento, un gruppetto di signore di mezza età, il loro mariti e un pugno di figlioli. Quasi tutti incapaci, inconsci di esserlo e contenti così. Corri, tira, piegati, allunga, non sbagliare: è un palleggiatore parlante, ha quasi nulla da insegnare e quel poco non sa come dirlo. Qui la biomeccanica, Van Der Meer e la rotazione interna dell’avambraccio sono barzellette. Il maestro s’è messo d’accordo col gestore del bar: in cambio di due telai quasi nuovi e di qualche ‘lezione’, chiamiamola così, segna le ore occupate dal maestro con una piccola ‘x’ a matita sul tabellone. Così da risultare indisponibili se mai qualcuno volesse giocare ma, a fine giornata, in gran parte archiviate come non utilizzate. Non risultano, come il suo reddito, quindi non le si paga al comune. Il latitante dottor Piero, che è un po’ Ponzio, un po’ Pilato e per tutti il presidente, non può non sapere. Ma finge di non capire: a lui interessano le squadrette giovanili di calcio. E i mancati introiti del tennis, in fondo, mica sono i suoi. Tasse, previdenza, assicurazione infortuni, pensione? Nulla. Il maestro incassa in contanti e paga in contanti: come un benzinaio, col rotolone di banconote tenuto insieme con lo spago. «Ho fatto iniziare tanti bambini al tennis in questi anni e i più bravi li ho mandati al Club qui vicino, dove c’è una struttura che li può seguire. Non avrò una targa ma nessuno può chiamare i carabinieri e farmi uscire dal campo perché sto insegnando a giocare a tennis, e sono meglio di tanti altri che si fanno belli con le targhe e le spille». Alla fine dell’anno il maestro ha tirato su quanto basta per vivere. Tutto in nero, è ovvio. Dicono abbia il pollice verde e che si occupi anche delle aiuole, per arrotondare: però non ne parla volentieri.

    Tennis Club Alberto Bonacossa, via Arimondi, piena Milano. Uno dei più esclusivi d’Italia. Un ambiente storico, ricercato e incantevole per circa milletrecento soci: una palazzina palladiana come club house, un torneo giovanile internazionale di primo livello, il Bonfiglio, quote di associazione difficilmente praticabili per un tramviere Atm. Sui campi che calpestò anche il Vate D’Annunzio lavorano maestri selezionati, tutti sotto la guida di Laura Golarsa, indimenticata quartofinalista a Wimbledon 1989, quando fu beffata sul traguardo dalle magie di Chrissie Evert. Roberto Recalcati è il brillante direttore del club e gestisce una realtà di punta nel nostro Paese, che non vuole e non può prescindere dalle direttive federali. «La federazione, per noi, è il punto di riferimento. I nostri sono ovviamente tutti maestri o tecnici federali, in regola con le iscrizioni e con gli aggiornamenti. Lo staff fa capo a Laura Golarsa, che gestisce in autonomia l’aspetto tecnico seguendo le indicazioni di base del consiglio direttivo». A differenza di altri grandi circoli, però, come i Parioli di Roma o altre realtà di eccellenza (e di fatturato) del nostro Paese, qui i maestri non sono dipendenti del circolo: «Sono inquadrati come collaboratori, con un contratto di prestazione sportiva. Per la restante attività sono dei liberi professionisti: per quanto riguarda le lezioni private offriamo loro le nostre strutture a costo zero, in fasce orarie gratuite. C’è una convenzione per la quale i nostri maestri possono insegnare solo ai soci con una tariffa stabilita dal consiglio direttivo e sussiste un rapporto diretto tra il maestro e il socio, che paga direttamente a chi impartisce la lezione».

    Il diavolo e l’acquasanta, insomma. Per la casalinga di Voghera è maestro Domenico, è maestra Laura: cambiano solo i prezzi, i quartieri e la qualità degli spogliatoi. Invece noi sappiamo che il maestro di tennis può essere un lavoratore subordinato assunto da un grande circolo, un istruttore che collabora col club a titolo di dilettante, un maestro che apre la sua partita Iva e fattura (ma anche no) come lavoratore autonomo o un evasore totale, seminascosto nella boscaglia dei campi più periferici di provincia o nelle aree meno esclusive delle grandi città, senza titoli che attestino la sua capacità di insegnare né posizioni aperte nei confronti dell’erario. È giusto così? No, non è giusto così. Chi vorrebbe riesumare il progetto di legge Martini sbandiera controsensi come questi per invocarlo. Ma anche nel partito della legalità non vige un pieno accordo.
    (Fine parte II)

    Professione in cerca d'autore (III)

    Sandra Cecchini è stata una delle migliori giocatrici italiane. Numero 15 Wta, top 20 per dieci anni, ha vinto 14 titoli in singolare e 11 in doppio nel circuito rosa. Tecnico nazionale Fit, oggi segue una settantina di ragazzi alla Polisportiva 2000 di Cervia, città in cui vive dall’infanzia. «Credo che noi, che siamo stati giocatori di alto livello, professionalmente non veniamo tutelati. Diversamente da quello che accade in Francia, per esempio, gli ex tennisti non vengono praticamente mai utilizzati per la formazione dei ragazzi. Non solo: capita di vedere dei circoli nei quali, con tutto il rispetto, insegnano il tennis a tempo perso, magari, dei vigili urbani senza uno straccio di attestato». La Cecchini, che a lungo ha rappresentato parte della miglior espressione agonistica del tennis italiano, fatica ad accettare il fatto che possa mancare, a tutt’oggi, una tutela dei lavoratori del tennis: «Non abbiamo contratti adeguati, non abbiamo previdenza: io non mi lamento perché ho il mio lavoro, sto dieci ore al giorno in campo e lo faccio con passione, ho dato e continuo a dare la mia vita al tennis. Però i 200 euro annui che pago alla Fit per la mia qualifica a cosa servono? Ad avere un gilet o una maglietta nuovi? Dopo aver difeso la maglia azzurra per anni, in Fed Cup e alle Olimpiadi, mi aspettavo ben altra considerazione». O anche solo un invito a cena: alla festa per il trionfo in Fed Cup di Forlì del 2006, a un tiro di schioppo da casa sua, Sandra (25 convocazioni in nazionale tra il 1983 e il 1995 con successi su Chris Evert, Jana Novotna e Jo Durie) non c’era.


    La coetanea Raffaella Reggi, ex numero 13 Wta ed ex capitano di Fed Cup, è rimasta più in vista: apprezzata voce tecnica di Sky, anche lei ha tuttavia abbracciato – seppur part-time – il mestiere dell’insegnamento. E benché le peripezie dei lavoratori del tennis la coinvolgano marginalmente la pensa come la sua compagna di avventure nella Wta: «Per me non è un lavoro a tempo pieno quello al Club Atletico Faenza, però è una missione importante formare i ragazzi. E ritengo che noi maestri non siamo abbastanza protetti: non sono un’esperta di faccende giuridiche ma è chiaro che le cose, così, non vadano bene. Manca un albo, prima di tutto. Noi donne, poi, siamo particolarmente svantaggiate: dovremmo avere una tutela particolare per la maternità, per esempio, che invece non c’è». Ma quale deve essere la fonte dell’insegnamento? Solo la Fit? «Chiaramente poter vantare una qualifica federale, di fatto, dà un lustro maggiore. Ma non credo si debbano avere preclusioni per altri tipi di formazione, se rispondono a criteri di qualità. Dalla federazione vorrei sapere perché c’è poca sensibilità nei confronti del destino dei maestri, famosi e meno».


    (Fine parte III)

    Professione in cerca d'autore (IV)

    Luciano Botti, brillante imprenditore trentino, è il vicepresidente del Ptr, il Professional Tennis Registry: un’associazione internazionale che unisce quasi 15.000 di maestri di tennis in 125 Paesi. Non è un concorrente della Fit, il Ptr: è un ente di certificazione. Ha diffuso in tutto il mondo un metodo di verifica della qualità dell’insegnamento del tennis e ottenuto la nomea di ottimo fornitore di servizi e consulenze, tanto che viene riconosciuto da gran parte dei maestri come autorevole riferimento per le faccende legate al mestiere, dalla metodica di insegnamento alla consulenza fiscale. I maestri pagano volentieri per ricevere il know how del Ptr, che sul territorio nazionale mette insieme circa 1.100 associati. «Nel grande condominio della federazione si fa uso di un termine sbagliato, che è ‘abusivismo’. Sbagliato perché la categoria dei maestri non è riconosciuta giuridicamente e un regolamento interno non è una legge statale. Vale come il franchising: se aderisci sei dentro ma se sei fuori non possono definirti fuorilegge». Il monopolio sul mestiere del maestro, per Botti, non è un’opzione percorribile: «Non è possibile che una qualifica sia riconosciuta solo da un ente. L’esclusività, qui, non è applicabile. Se il circolo ha uno statuto che prevede più affiliazioni dovrebbe poter fare attività con entrambe, senza ostacoli. Le leggi sportive del Coni lo permettono, tanto che chi ha la doppia affiliazione è obbligato a dichiarare entrambe sul registro del comitato olimpico».
    Ma è corretto che la federazione indichi se stessa come unica fonte dell’insegnamento del nostro sport? «La Fit fa molta pressione in questo senso: sostiene che se non c’è personale da lei qualificato non si può insegnare. Come strategia di marketing può anche funzionare ma questo atteggiamento creerà problemi, anche perché la federazione gode di una posizione dominante sul mercato e questa condotta, se radicalizzata, cozzerà con le norme anti-monopolio». In Francia, però, c’è stato il riconoscimento giuridico della professione del maestro, grazie a un accordo proprio tra la federazione e il ministero dello sport. «Sì, però anche lì si dovrà vagliare la compatibilità dell’accordo con le leggi europee, che di principio non permettono a un Paese di non far lavorare un cittadino di un’altra nazione dell’Unione che ha titolo per esercitare nella sua patria: l’Unione per ora non si è espressa sul tennis, ci sono solo delle linee guida sui livelli di attività sportiva». Botti conosce da vicino la realtà di chi insegna il tennis in Italia e sa quali problemi debba affrontare il maestro che non appartiene alla cerchia, ristrettissima, dei privilegiati. «I maestri di tennis sono dei lavoratori parasubordinati. Gran parte di loro si arrangia con la legge che consente di collaborare con i circoli, costituiti in associazioni sportive, facendo figurare le prestazioni come dilettantistiche». Un escamotage elastico e vantaggioso: lo permette il Tuir, acronimo di Testo Unico delle Imposte sui Redditi, in vigore dal 1986. Purtroppo, in mancanza di una legislazione specifica, spesso si abusa di questo strumento legale che, senza volerlo, invoglia a occultare tutti gli introiti che superano il forfait stabilito dalla legge.


    • All’articolo 67, comma I, lettera m) del Testo Unico si legge che costituiscono redditi diversi «... i compensi erogati nell'esercizio diretto di attività sportive dilettantistiche dal Coni, dalle Federazioni sportive nazionali, dall'Unione Nazionale per l'Incremento delle Razze Equine, dagli enti di promozione sportiva e da qualunque organismo, comunque denominato, che persegua finalità sportive dilettantistiche e che da essi sia riconosciuto». Ciò significa che i circoli che costituiscono una società sportiva possono pagare gli insegnanti di tennis con questa formula. Sono redditi che godono di un regime speciale: il Tuir stabilisce infatti, all’articolo 69 comma II, che questo tipo di attività sia esente dalla tassazione fino al raggiungimento di 7.500 euro.

    E tutto il resto dei guadagni del maestro? «Tutto quello che eccede solitamente è in nero», aggiunge senza indugi Botti. «Ma il problema non è solo l’illegalità, l’amoralità di non pagare le tasse: il mercato fa sì che un maestro non possa chiedere, mediamente, più di 20 euro a lezione. Se lavora bene tutto l’anno magari ne incassa 25 o 30.000. Se li dichiara tutti al fisco gliene restano in tasca la metà: ciò significa che il suo è un mestiere senza orizzonti perché non vengono versati contributi, si ottengono introiti che non consentono di risparmiare niente, per lui non c’è futuro». La legge, tra l’altro, non riconosce più il lavoro sportivo come dilettantistico se lo si fa a tempo pieno o per più di un committente.

    E quindi? «Quindi c’è un altro pericolo per tutti quelli che si sono avvalsi di questo stratagemma del lavoro dilettantistico: gli enti preposti stanno verificando la situazione di molti di costoro, chiedendo conto dei contributi non versati». Lo Stato, però, offre qualche nuova possibilità, che il Ptr sta pubblicizzando ai soci, la disciplina dei cosiddetti contribuenti minimi: «Credo sia una buona opportunità. Se oggi apri una partita Iva come istruttore sportivo e il tuo giro di affari è inferiore ai 30.000 euro sei esente dall’imposta sul valore aggiunto e paghi l’imposta sostitutiva con un’aliquota del 20% sulla differenza tra i ricavi e i costi, che abbattono l’imponibile. Questo aiuta anche i circoli, perché li esenta dalla tenuta dei registri e li tiene indipendenti dai maestri, visto che capita spesso di vedere cause di lavoro tra maestri e circolo quando il rapporto si interrompe e il maestro chiede il riconoscimento, chiaramente a suo vantaggio, del lavoro dipendente». Non è una manna ma può essere un aiuto economico, se non di tutela, per i maestri che temono per il loro avvenire di precari. Sempre che si decidano a voler abbandonare le lusinghe e i vantaggi immediati del lavoro in nero.


    (Fine parte IV)